La strategia della fuga

9 maggio 2015 in Psicologia 0 Condivisi

L’arte della guerra è un libro millenario che contiene riflessioni e consigli su come affrontare uno scontro armato. Riunisce diversi aspetti della filosofia delle arti marziali, ed è stato applicato, in parte o totalmente, in quasi tutte le culture e in quasi tutti i tempi. Il concetto principale su cui si fonda è l’idea che in guerra la strategia sia molto più importante della forza e della superiorità numerica.

Il testo insiste sul fatto che la migliore guerra è quella che non si combatte. Il proposito di ogni guerriero deve essere quello di evitare che si produca uno scontro, perché in questo caso entrambe le parti perderebbero. Alcuni di più, altri di meno, ma nessuno ne uscirebbe indenne.

Da questa filosofia è possibile trarre diversi insegnamenti di vita. Non sempre la guerra consiste in due eserciti che si affrontano, ma può anche avvenire tra due persone apparentemente disarmate, nella vita quotidiana. Evitare il conflitto finché è possibile è una saggia decisione. L’energia emotiva che si spreca durante uno scontro è molto alta, e chi si avventura in queste battaglie domestiche ne esce quasi sempre ferito.

Il libro sottolinea anche che è necessario valutare in base alle circostanze quando è bene continuare e quando fuggire. La fuga viene considerata una tattica, non una resa. Se il nemico vi sorprende, se la sua superiorità in quella situazione è evidente, se non siete pronti per fermare l’attacco, continuare sarebbe assurdo. In questi casi, e in molte situazioni simili, la scelta più intelligente è quella di fuggire.

Tutto ciò può essere applicato anche alla nostra vita quotidiana. Fuggire è un’opzione legittima in molte occasioni: se, dopo aver valutato la situazione in modo oggettivo, la fuga ha meno conseguenze negative rispetto allo scontro, bisogna considerarla l’alternativa più ragionevole.

Le paure immaginarie

E, fin qui, tutto bene. Il problema è che a volte gli esseri umani agiscono guidati da motivi che non sono molto obbiettivi, né ragionevoli. Spesso utilizziamo la fuga come strategia anche quando, a rigor di logica, non è la scelta migliore. Se ci pensate, capita di fuggire senza che non esistano pericoli concreti, né un vero nemico. Sono i casi in cui, in realtà, stiamo fuggendo solo dalla nostra stessa immaginazione.

Può capitare quando sentiamo di non valere abbastanza da poter affrontare una situazione oppure quando la vita ci mette di fronte a una sfida. In questi casi, fuggire è la prima opzione che viene in mente, senza nemmeno aver valutato la situazione nel dettaglio. Queste sono le situazioni in cui, effettivamente, fuggire equivale a gettare la spugna. Non si fugge per riorganizzare le forze o elaborare un nuovo piano e nemmeno per metterci in salvo di fronte a un pericolo, ma solo per evitare di sentirci sconfitti. In realtà, si fugge dalla paura.

A pensarci bene, però, è proprio di questo che è fatto il coraggio: di paura. Fuggiamo dalle paure e crediamo di essere in salvo, ma in realtà non stiamo considerando il vero pericolo: le nostre fantasie.

Un’antica leggenda narra che un maestro e il suo apprendista arrivarono alle porte di un tempio e trovarono ad attenderli tre cani rabbiosi, legati a delle catene. L’apprendista si impaurì e iniziò a lanciare urla disperate. Questo fece agitare ancora di più gli animali, tanto che le catene si ruppero e i cani iniziarono a correre verso i due uomini. A quel punto il maestro, invece di fuggire, fece il contrario: guardò le bestie negli occhi e si mise a sua volta a correre verso di loro, con decisione. Gli animali, sconcertati, si scansarono. In realtà non fuggivano da lui, ma dalla sua determinazione. L’apprendista, allora, si riavvicinò, e quest’ultimo gli diede una grande lezione:

L’unico modo di vincere le nostre paure, è andar loro incontro“.

I cani di questa leggenda sono una chiara metafora: ci parlano di quelle paure immaginarie che scompaiono non appena troviamo il coraggio di affrontarle.

A volte il pericolo esiste solo nella nostra mente, che ci rende schiavi dei fantasmi della paura. La cosa grave è che, ogni volta che fuggiamo, non facciamo altro che alimentarli. In questo modo entriamo in un circolo vizioso che si interromperà soltanto quando finalmente decideremo che è arrivato il momento di essere liberi. Solo a quel punto avremo davvero il controllo sulla nostra scelta di fuggire o di combattere, a seconda di ciò che ci dirà la ragione.

Immagine per gentile concessione di José María Cuéllar

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