I ragazzi selvaggi e il loro comportamento nella società

· 8 ottobre 2017

Uno dei grandi dibattiti della storia riguarda l’influenza della società sui bambini. Un tempo, questo dibattito vedeva contrapporsi le opinioni di Jean-Jacques Rousseau e di Thomas Hobbes. I loro pensieri vertevano sulla bontà e la cattiveria umana, due temi che, come vedremo in seguito, sono molto legati ai cosiddetti ragazzi selvaggi.

Jean-Jacques Rousseau sosteneva che l’uomo fosse buono per natura e che fosse la società a corromperlo. Hobbes, invece, coniò l’espressione homo homini lupus (letteralmente “l’uomo è lupo per l’altro uomo”) per dire che l’uomo è malvagio per natura e sono proprio i meccanismi di controllo sociale ad evitare che questa malvagità lo distrugga.

Chi dei due aveva ragione? È impossibile allontanare un bambino dalla società per verificarlo, per ovvi motivi etici e morali. Tuttavia, esistono casi di bambini che, a causa di diverse circostanze, sono cresciuti isolati dalla società. Per questo sono chiamati ragazzi selvaggi.

I ragazzi selvaggi sono persone che hanno vissuto un periodo della loro infanzia fuori dalla società, tra cui i ragazzi che sono stati allontanati e quelli che sono stati abbandonati nella natura. I casi sono veramente pochi e spesso viene messa in discussione la questione dell’isolamento come un mito poco credibile. Tuttavia, sono stati registrati circa una ventina di casi studiati e documentati più o meno accuratamente.

Ragazzi selvaggi

Victor dell’Aveyron

Probabilmente quello di Victor dell’Aveyron è il caso più famoso di ragazzo selvaggio. Victor venne condotto nella cittadina di Aveyron, in Francia, quando aveva circa 11 anni come un trofeo di caccia: una strana creatura che mordeva e graffiava. Dopo una settimana, però, riuscì a scappare. Passato l’inverno, venne nuovamente catturato e rinchiuso in una casa abbandonata per poi essere internato in un ospedale dove i medici studiarono il suo caso.

La storia di Victor dell'Aveyron e i ragazzi selvaggi

Una delle teorie più accreditate è che Victor avesso un disturbo dello spettro autistico e che, dati i suoi strani comportamenti, la famiglia l’avesse abbandonato. Le sue cicatrici non erano la conseguenza della vita selvaggia all’aria aperta, ma segni di abusi fisici che aveva subito prima di essere catturato nel bosco.

Secondo uno dei medici che seguiva il caso, Victor era “una bambino molto sporco, aveva spasmi e anche convulsioni. Si dondolava continuamente come gli animali dello zoo, mordeva e graffiava chiunque gli si avvicinasse. Non mostrava affetto o riconoscenza verso chi si prendeva cura di lui, anzi, era indifferente a tutto e non prestava attenzione a nulla”. Nonostante il miglioramento delle sue condizioni fisiche e della sua socievolezza, i tentativi di insegnargli a parlare e a comportarsi in maniera civile furono vani.

Marcos Rodríguez Pantoja

Non sono poche le storie di ragazzi selvaggi che hanno convissuto con animali come capre, cani, gazzelle, lupi, scimmie, ecc., ma mancano i dati che ne certifichino l’autenticità. Tuttavia, il caso di Marcos si distingue perché più vicino a noi e, quindi, verificabile. A sette anni i genitori di Marcos lo vendettero ad un proprietario terriero che lo consegnò ad un pastore con cui visse in una grotta. Quando il pastore morì, Marcos restò solo per 11 anni finché non venne trovato dalla Guardia Civil spagnola. Per 11 anni aveva vissuto in compagnia dei lupi.

Il caso di Marcos è stato studiato dall’antropologo e scrittore Gabriel Janer Manila nel 1976. La causa del suo abbandono risiedeva in un contesto socio-economico di estrema povertà. Le abilità sviluppate da Marcos durante l’isolamento, insieme alla sua straordinaria intelligenza naturale, gli garantirono la sopravvivenza. Marcos, infatti, imparò a riconoscere i suoni e i versi degli animali con cui conviveva e li riproduceva per comunicare con loro, abbandonando gradualmente il linguaggio umano.

la storia di Marcos Rodríguez Pantoja e i ragazzi selvaggi

Una volta reintrodotto nella società, Marcos iniziò a riadattarsi alle abitudini umane, ma continuava a preferire la vita con gli animali. Aveva sviluppato anche una certa avversione per il rumore e l’odore delle città, rafforzando la sua convinzione per cui la vita degli umani è peggiore di quella degli animali.

Genie

I genitori di Genie avevano diversi problemi, la madre era cieca a seguito di un distacco della retina, il padre era affetto da una sindrome depressiva aggravatasi dopo la morte della madre in un incidente d’auto. Genie iniziò a parlare dopo rispetto agli altri bambini e i medici le diagnosticarono una probabile disabilità intellettiva. Il padre della bambina, per timore che l’autorità gli portassero via la figlia, capì di doverla proteggere dai pericoli del mondo esterno.

Genie fu rinchiusa nella sua stanza e l’unica persona che poteva vedere era suo padre. Non aveva il permesso di fare rumore, passava le notti in una gabbia. La sua alimentazione consisteva principalmente in pappette da neonato. A 13 anni capiva solamente 20 parole, la maggior parte brevi e negative: “smettila”, “basta”, “no”. La camera di Genie era isolata, c’era solo un piccolo buco che le permetteva di vedere 5 centimetri di mondo. Gli altri inquilini della casa non potevano farle visita o rivolgerle la parola.

Alla fine, la madre di Genie scappò con lei e con il fratellino, dunque le autorità ebbero modo di intervenire. La prima parte del trattamento prevedeva l’allontanamento della figlia dalla madre, ma si riscontrò un’involuzione: la bambina stava peggio di prima. Poi fu restituita alla madre, la quale si rese conto delle difficoltà di crescerla ed è per questo che Genie venne accolta da diverse famiglie adottive. In alcuni casi fu nuovamente maltrattata.

La storia di Genie e i ragazzi selvaggi

Rochom P’ngieng

Rochom era una bambina cambogiana che a 9 anni si smarrì nella giungla. Ricomparve 10 anni dopo. Nessuno sapeva più niente di lei, venne ritrovata da un contadino che la consegnò alla polizia.

Una volta tornata nella società, Rochom non sopportava di doversi vestire, non ricordava alcuna parola della sua lingua ed emetteva solo grugniti. Le diverse cicatrici che aveva sul corpo facevano pensare che fosse stata tenuta prigioniera o vittima di abusi. Successivamente, scappò e venne trovata un decina di anni dopo in una fossa biologica. A quel punto, venne ricoverata in ospedale, i genitori riferirono che era stremata, dormiva tutto il giorno, era molto pallida e debole.

Inserimento nella società

Il ritorno di questi ragazzi selvaggi alla società non è stato facile. Alcuni fattori, come il grado di isolamento e l’età in cui si allontanarono dalla società, sono stati determinanti per comprendere il loro comportamento. I ragazzi selvaggi che sono stati privati di qualsiasi forma di contatto umano o che addirittura non hanno più visto umani hanno molti più problemi. Quelli che hanno vissuto con gli animali, invece, possono riadattarsi meglio alla società.

L’apprendimento vicario è una parte molto importante dello sviluppo e chi lo ha perduto avrà più difficoltà a realizzare comportamenti che non ha mai visto prima. La privazione degli stimoli in tenera età limita l’esperienze dei bambini. In questo senso, l’isolamento può anche limitare i movimenti corporei e creare malformazioni fisiche. Altre abilità di base, come la memoria spaziale, rischiano di non svilupparsi in una condizione di isolamento.

D’altra parte, soprattutto per quanto riguarda i bambini che hanno convissuto con animali, l’intelligenza naturalistica è molto sviluppata. Si tratta della capacità di percepire le relazioni tra specie, gruppi di oggetti e persone, riconoscendone differenze e similitudini. Questi bambini sanno identificare, distinguere, osservare e classificare membri di gruppi o specie della flora e della fauna grazie all’osservazione e all’uso efficace del mondo naturale.

Tuttavia, la mancanza di interazioni con altre persone e di legami affettivi sono abilità di base che i ragazzi selvaggi non sviluppano. Proprio per questo, ovvero per il ruolo culturale delle emozioni e l’importanza di averne il controllo, questi bambini hanno difficoltà ad adattarsi alle regole non scritte su cui si basa il funzionamento di qualsiasi società.

La comunicazione nei bambini selvaggi

Lo sviluppo del linguaggio è un altro punto cruciale. Gli esseri umani, quando nascono, sono in grado di produrre più di 200 suoni diversi. La società, attraverso il rinforzo, indica alle persone quali di questi suoni corrispondono alla lingua o alle lingue che alla fine parleranno. I bambini che non ricevono stimoli o rinforzi avranno più difficoltà a pronunciare bene le parole. Lo stesso vale con la grammatica.

Il linguista Noam Chomsky teorizzò l’idea che esista un periodo limite in cui imparare una lingua in maniera spontanea e naturale. Questo periodo è intorno ai 3 anni di età. Se il bambino supera questa fase senza aver appreso una lingua, non sviluppa le strutture cerebrali necessarie per impararla. Si possono apprendere parole, ma il dominio completo del linguaggio richiederà uno sforzo notevole.

Romolo e Remo ragazzi selvaggi

Secondo il pensiero di Chomsky, alla nascita possediamo delle strutture cerebrali innate. Queste strutture che si sono formate con l’evoluzione sono programmate per sviluppare certi comportamenti o azioni come parlare. Tuttavia, se non ricevono gli stimoli necessari in modo da poter completare il loro sviluppo, perdono la loro utilità e non compiono il loro scopo. Inoltre, è necessario che lo sviluppo di queste strutture sia parallelo e contemporaneo a quello di altre strutture cerebrali.

I ragazzi selvaggi fuori dallo schermo

L’immagine di Mowgli, il bambino della giungla creato dalla penna dello scrittore Rudyard Kipling, o di Tarzan non corrisponde alla realtà dei ragazzi selvaggi. Le privazioni sofferte da questi bambini non li rendono dei rivoluzionari nel momento in cui entrano in contatto con la società.

Le prospettive di un futuro per i ragazzi selvaggi non sono proprio positive. Dopo essere stati a contatto con stimoli ed esperienze comuni a tutti gli esseri umani, attraversano periodi molto critici per poter sviluppare determinate abilità, come il linguaggio, ad esempio, che poi non potranno più recuperare.

Queste mancate abilità vengono precedute dalla mancanza degli stimoli e dei rinforzi che di solito sono in grado di favorirne lo sviluppo. Come abbiamo già affermato, la privazione, in una fase critica, può impedire lo sviluppo pieno di abilità come il linguaggio o la memoria spaziale. Tutto questo, insieme alla difficoltà che incontrano i terapeuti nel trattamento e nella terapia, complica l’educazione e il reinserimento di questi bambini nella società.

Una delle peggiori conseguenze per questi bambini è un’aspettativa di vita molto breve. Forse questi bambini non erano pronti per la società, così come la società non era pronta per loro. In questo senso, rimane aperto il dibattito sulla bontà e sulla cattiveria degli esseri umani e sull’atteggiamento di controllo assunto dalla società.

Riferimenti bibliografici:

Singh, J. A. L. y Zingg, R. M. (1966), Wolf-children and feral man. Mishawaka: Shoe String Pr Inc.

Chomsky N. (1974), Strutture sintattiche, Laterza: Bari.

Articolo tratto da El País (2007), La última niña salvajehttps://elpais.com/sociedad/2007/01/19/actualidad/1169161205_850215.html

Janer Manila, G. (1976), La problemática educativa de los niños selváticos: El caso de “Marcos”http://www.raco.cat/index.php/AnuarioPsicologia/article/viewFile/64461/88142

Gardner, H. (2002), Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza. Milano: Feltrinelli.

Hobbes, T. (2005), Leviatano. Roma: Editori Riuniti.

Itard, J. M. G. (1801), De l’education d’un homme sauvage ou des premiers developpemens physiques et moraux du jeune sauvage de l’Aveyron. Parigi: Goujon.

Itard, J. M. G. (2012), Il ragazzo selvaggio, in Malson L. (1964), I ragazzi selvaggi. Mito e realtà, traduzione italiana di Molinario P., Milano: Rizzoli.

Kipling, R. (2014), Il libro della giungla, Milano: Feltrinelli.

McCrone, J. (1994), Wolf children and the bifold mind. En J. McCrone (Ed.), The myth of irrationality: The science of the mind from Plato to Star Trek. New York: Carroll & Graf Pub.

Reynolds, C. R., Fletcher-Janzen, E. (2004), Concise encyclopedia of special education: A reference for the education of the handicapped and other exceptional children and adults. Hoboken, NJ: John Wiley & Sons, pp. 428-429.

Rousseau, J.-J, (2005), Il contratto sociale, Milano: Einaudi.

Rymer, R. (1999), Genie: A scientific tragedy, UK: Harper Paperbacks.

Articolo tratto da The Guardian (2007). Wild child?: https://www.theguardian.com/world/2007/jan/23/jonathanwatts.features11